L'eco della peste di San Carlo nella scrittura di Alessandro Manzoni, passando dalle HISTORIE di Giuseppe Ripamonti

Di Fabiola Giancotti

 

Sulla peste molte cronache, ma su quella di Milano del 1576, nota come la peste di san Carlo, abbiamo trovato una testimonianza davvero interessante: quasi una lettura, quasi una restituzione.
Inserito nelle Historiæ patriæ, incastonato tra i fatti della peste del 1524 e di quella del 1630, è un testo, breve, di Giuseppe Ripamonti, storico, scrittore, a volte poeta.
Nel 1524, dalla peste la città esce prostrata, debole, decimata, senza avere tratto nessun elemento per la ricostruzione.
La peste, utile soltanto per la morte. Così cominciò:

 

Chiunque ne aveva anche unicamente spirato l’alito e tocco il vestimento, ecco che assorbiva il male, e tra- sferivalo ad altri, i quali alla lor volta contaminavano altri molti colla presenza, col fiato; sicché, spargendosi ovunque il contagio più ratto che non si crederebbe, la intera Città n’andò presa, e moltitudine di morenti vi fu vista giacer allato a moltitudin di morti (Ripamonti [1641] 1858).

 

Nell’assoluta assenza di una direzione. Assente l’Arcivescovo, fuggiti i governanti, i «mercenari ministri» furono come «mandriani di gregge» altrui che «al primo comparire della morìa fecero fardello e se ne andarono».

 

E così finì:

 

Dio si placò finalmente, ed al compiersi del pestilenzial anno, che fu il 1524 dopo Cristo, i Milanesi trovaronsi spogli di qualsia metropolitana maestà, ridotti a piccolo spregevole popolo; e, siccome i corpi son presti a sciorsi, tardi a crescere, così lento fu il riaffollarsi della cittadinesca moltitudine; gli atti a figliare scarsi, attoniti, vuoto il più delle case, disabitati anco i palagi, sotto ogni tetto splendido od umile, solitudine e silenzio... (Ibidem).

 

Ripamonti fa di questa peste, lontana, materiale per pittori. Ma gli serve anche per trovare elementi differenti nella peste di san Carlo.

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